Malatesta : Rimini

HOME PAGE
STORIA
Malatesta a Rimini
Paolo e Francesca
Espansione e lotte
La pittura riminese
Da Carlo a Sigismondo
Sigismondo Pandolfo
Lo Stemma
il Castello e il Tempio
Fine della Casata
TERRITORIO

English Version

 

Web Marketing
by Marketing Informatico

 


Rimini fra il 300 e il 400

La città e i borghi

La città, dall'impianto regolare romano, era articolata secondo un riordinamento avvenuto fra '200 e '300 in quattro borghi interni o rioni. I confini, secondo la divisione proposta da Luigi Tonini, dovevano essere costituiti dal decumano massimo (il Corso), in parte dal cardine (via Garibaldi) e, forse, dalla via del "rigagnolo" (via Gambalunga):

- il borgo di S. Colomba (più tardi chiamato Cittadella) ospitava accanto alla cattedrale i palazzi comunali, la residenza dei Malatesta, la sinagoga e il quartiere degli ebrei, gli alberghi e 7 chiese;

- il borgo Pomposo (poi dall'inizio dell'Ottocento denominato rione Pataro) si estendeva dall' Arco a piazza Cavour, dall' Anfiteatro al Corso. Era in gran parte coltivato ad orti ed occupato da complessi monastici, primo fra tutti quello dei Francescani, insediatisi nel 1257 in un monastero dei Benedettini di Pomposa. Vi erano ubicate 9 chiese;

-il borgo di S. Andrea (poi Montecavallo) aveva un carattere popolare e ospitava 3 chiese;

-il borgo del Mare (poi Clodio) contava 5 chiese.

Rimini era delimitata da mura non molto distanti da quelle romane, ad eccezione del lato mare, dove a seguito del ritirarsi del mare e della deviazione del fiume Marecchia, la città si estese di circa 300 metri. Le mura, ricostruite intorno alla metà del Duecento, vennero integrate e modificate dai Malatesta fra Trecento e Quattrocento.

Al di fuori delle mura e dei corsi d'acqua che cingevano la città, sorsero, fin dal Medioevo, i quattro borghi esterni:

- il borgo di San Giuliano, il più antico, era abitato da pescatori;

- il borgo di San Giovanni, prima detto di San Gaudenzo e poi di S. Genisio, fu totalmente bruciato nel 1469 e tornò a popolarsi nel secolo successivo da conciapelli e piccoli artigiani;

- il borgo di S. Andrea, completamente distrutto nel 1469, in origine era posto fra porta Montanara (in via Garibaldi) e porta del Gattolo;

- il borgo di Marina era legato alle vicende dell' attività portuale. Si estese col tempo fino al convento dei Celestini (poi chiesa di San Nicolò).

Ad esclusione di quello di San Giuliano, che era difeso da una propria fortificazione in muratura, i borghi esterni erano circondati da steccati e fosse.

L'andamento delle strade rispecchiava quello dell' età romana, quindi anche le porte medievali corrispondevano a quelle antiche. Queste porte erano sei: San Gaudenzo (poi San Genesio ed infine San Bartolomeo) corrispondente all' Arco d'Augusto; Sant' Andrea, San Pietro (sul ponte di Tiberio), Galliana e San Giorgio (che davano accesso al borgo Marina), San Cataldo.

La forma della città fu caratterizzata oltre che dal mare dai fiumi Marecchia ed Ausa. Quest'ultimo, completamente sotterrato nel 1968, rappresentava un limite insuperabile per la città ed i suoi nemici per la profondità del suo letto. Oltrepassare i due fiumi o varcare porta Montanara, significava, fino al nostro secolo, uscire dalla "città". Fosse e canali artificiali costituivano vere e proprie vie di penetrazione nel tessuto urbano.

Gli abitanti.

In età comunale Rimini era stata una città di mercanti ed artigiani. Alle soglie del' 400 conservava ancora la tradizione di centro portuale e di importante nodo dei traffici, che nel passato avevano stimolato la presenza di varie comunità straniere: gli armeni, gli albanesi, i greci, i tedeschi, i romani, ma soprattutto i veneziani, che esercitavano un'influenza importante sui traffici portuali. La penetrazione economica veneziana fu favorita dai possessi che le chiese della Serenissima avevano nel territorio. A testimonianza di questa presenza è rimasto il Canevone dei veneziani, un magazzino tre-quattrocentesco posto in via Luigi Tonini. Consistente fu anche la presenza di mercanti toscani, in particolare di cambiatori fiorentini.

Dopo più di un secolo di dominazione papale, esercitata direttamente o attraverso i Malatesta, il cosmopolitismo della città entrò in crisi.

Nel' 400, altra comunità che riuscì a sopravvivere fu quella degli ebrei, che ebbero un rilevante peso nell' economia cittadina. Oltre al prestito di denaro ad usura, si dedicarono alle attività artigianali e all'affitto degli animali nell'ambito di un contratto agricolo definito soccida (in cui proprietario e custode dividevano il prodotto finale).

Gli ebrei, che furono fra l'altro i banchieri della famiglia Malatesta, si erano dedicati al prestito di denaro in quanto la Chiesa medievale, considerandolo peccato, l'aveva proibito ai cristiani.

Sul finire del '300 gli ebrei abitavano in diverse contrade, ma con la bolla pontificia del 1555, con cui vennero confinati, a Rimini furono costretti a vivere nel borgo di S. Andrea. Fino alla loro cacciata definitiva, nel 1615, gli ebrei continuarono a vivere nella città, ma già dall'inizio del '500 le loro condizioni di vita erano notevolmente peggiorate. Quello di Rimini era stato il principale centro ebraico della Romagna. I pochi ebrei che tornarono nella città fra Sette ed Ottocento dovettero scontrarsi con l'intolleranza sia delle autorità che della popolazione.

Il ceto artigiano, che in età comunale, attraverso le corporazioni (cioè le associazioni) di "arti" e "mestieri", aveva protetto 1'esercizio delle professioni ed influito sulla vita politica, venne dal regime signorile privato del proprio potere. Attraverso gli statuti la Signoria concesse però alcuni privilegi e disciplinò la vita degli artigiani locali, fra cui emersero le arti dei lanaioli, dei cuoiai, dei ferraioli e legnaioli e degli speziali.

Una realtà più impoverita era rappresentata dai venditori, dai mugnai, conciatori, pescatori, navicellai e portuali che vivevano lungo la fossa Patara, sull' Ausa, lungo i fossati, presso le aziende ecclesiastiche e le corti monastiche, o nei borghi. La fossa Patara, fino alla metà del '700, quando fu usata sempre più come discarica, fu un luogo importante per l'economia locale. Sulle sue rive si svilupparono le arti della lana, dei panni lavorati, del cuoio, delle botti, della ceramica. Questa fossa costituiva la continuazione del canale dei molini, scorreva all'interno delle mura cittadine passando attraverso porta Montanara, per sfociare nel torrente Ausa. Su questa fossa, all'interno della città, è documentata la presenza di mulini. In questa zona, a monte della chiesa di San Francesco (oggi Duomo), avevano le loro botteghe anche gli orefici e i pittori. Uno dei gruppi artigianali più operosi, i patarini, era stato disperso nella zona orientale della città, la zona "patarina", a seguito della bolla del 1254 di Innocenzo IV che li aveva condannati per eresia.

Nel borgo di San Giuliano vivevano marinai riminesi ed artigiani. Al borgo Marina si concentrava la popolazione tipica delle zone portuali: marinai, calafati, facchini; molti erano stranieri e vivevano di espedienti illegali. Lungo la via dei Magnani (via Garibaldi) erano stallatici, botteghe di falegnami, maniscalchi, speziali.

Il vero centro della vita economica, mercantile, civica e religiosa, era rappresentato dalla piazza del Comune o piazza della Fontana. Questo era stata determinato probabilmente dallo spostarsi delle attività economiche e commerciali nel quartiere a mare e verso il nuovo porto del Marecchia, che già nel sec. XI risultava affiancato al vecchio scalo sull' Ausa, destinato ad un progressivo insabbiamento.

La sua centralità, già in età tardo-romana, è sottolineata dalla costruzione della cattedrale dedicata a Santa Colomba (completamente demolita nell'Ottocento) e dal palazzo dell'Arengo (Palatium Comunis), edificato nel 1204 per le riunioni del Consiglio del Popolo. Più tardi, attorno al 1330, venne edificato il palazzo del Podestà (Palatium novum). Nella piazza si teneva il mercato del pane, della verdura e del pesce, e nella zona si trovavano alberghi, osterie, locande e le abitazioni degli intellettuali e dei nobili. Sotto il portico del palazzo comunale i notai tenevano i loro banchi e veniva pubblicamente amministrata la giustizia; c'era il pietrone (lapis magnum) su cui i debitori insolventi dovevano per tre volte battere il sedere dicendo "cedo bonis" (mi sottometto agli onesti).

L'angolo destro della piazza su corso d'Augusto era chiamato "dei puntiroli": vi convenivano sfaccendati e maneggioni. Qui un' epigrafe invitava alla prudenza nel parlare.

La "piazza grande" o piazza del foro (campusfori), ormai perduta la sua centralità, ospitava il mercato e le beccherie. Era l'unica parte della città provvista di portici continui, vietati da Sigismondo Malatesta per motivi igienici e di sicurezza. La sua grandezza, maggiore dell'attuale in quanto non ancora occupata dall' area con la torre dell' orologio, la rendeva un luogo ideale per giostre e tornei.

Il centro religioso, costituito dalla cattedrale di S. Colomba e dall' annessa residenza vescovile, era ubicato fra il castello Malatestaano del Gattolo ed i palazzi comunali. Vi facevano capo 26 parrocchie. Nel corso del '200, per fronteggiare i movimenti ereticali ed antipapali, si erano trapiantati nella città gli ordini mendicanti: i frati eremitani di Sant' Agostino, i frati minori di S. Francesco, e i frati predicatori di S. Domenico, assertori di nuove forme di religiosità popolare. In realtà, se si riuscì ad estirpare l'eresia, essi finirono per assoggettarsi alle famiglie più potenti ed a farsi coinvolgere nel sistema clientelare dei Malatesta, che collocarono nei posti chiave della gerarchia ecclesiastica i loro familiari e fiduciari. I Malatesta, già si diceva, predilessero i Francescani, anche se cercarono di coinvolgere tutti gli ordini mendicanti ed il clero secolare delle più alte gerarchie, quelle che permettevano di controllare i rapporti della città e del territorio con il papato.

La presenza degli ordini mendicanti si tradusse nella costruzione di complessi monastici, il cui edificio più importante era rappresentato dalla chiesa di S. Giovanni Evangelista, costruita a metà del '200, concessa ai frati di S. Agostino. I nuovi ordini, soprattutto nella seconda metà del Trecento, si fecero insieme promotori delle nuove forme di spiritualità e religiosità e diedero vita all' estensione di una fitta rete di assistenza per poveri, infermi e pellegrini.

Il contado. Grazie agli studi di Oreste Delucca, si possiedono oggi numerose informazioni sui diversi aspetti della vita nelle campagne riminesi nel tardo Medioevo. Nel contado l'agricoltura costituiva l' attività quasi esclusiva. Si trattava di un' agricoltura povera, arretrata, statica. I beni fondiari erano in gran parte nelle mani della borghesia, della nobiltà cittadina e del clero.
Nel' 400 appariva già da tempo affermato il contratto di mezzadria. La famiglia contadina stentava a raggiungere la soglia della sopravvivenza. In larga misura veniva ancora attuata la pratica del maggese di età romana, che consisteva nell'alternare un anno di coltura a cereali con un anno di riposo del terreno per reintegrare le proprietà organiche. Come nell' antichità il ciclo lunare veniva seguito per scegliere i tempi dei lavori agricoli.

Nel contado riminese erano disseminati edifici legati alle attività produttive: le fornaci (che fornivano il laterizio utilizzato per costruire le case) ed i mulini per cereali, che sorgevano nelle vicinanze di fiumi e torrenti. In molte case coloniche si filavano e tessevano fibre vegetali e lana ad uso domestico: infatti fra il 400 e il 500 nelle campagne riminesi esisteva un telaio ogni tre-quattro abitanti.

Le case dei contadini non rientravano in un unico modello, ma variavano nell'uso dei materiali, nelle forme e nelle dimensioni. Frequenti erano le abitazioni parzialmente od interamente prive di muratura, fatte di canne, legno ed altri materiali vegetali. Una loro caratteristica era il rapido deperimento e la possibilità, in caso di necesità e rimontate altrove. Molto comune era l'autocostruzione, specie nella fase di ampliamento e riparazione. Infatti il contadino sapeva anche fare il fabbro, il muratore, il falegname. Vi erano inoltre palazzi, torri e tombe, che, al di là delle differenze, avevano il comune scopo di difendere gli abitanti nei momenti di pericolo. Il palazzo era sostanzialmente una casa-forte, invece la tomba assumeva il carattere della villa fortificata o di piccolo borgo rurale. Nelle costruzioni situate entro i castelli o le tombe, ad ogni famiglia era assegnato un piano.

Nella dimora rurale tardomedievale il gabinetto in casa era estremamente raro, l'acqua si andava a prendere al pozzo o alla fontana, e per l'illuminazione si ricorreva alle lucerne.

L'alimentazione.

Il pane costituiva l'alimento principale, e quindi la mancanza di grano significava per le popolazioni carestie, a cui spesso seguivano tragiche pestilenze, che talvolta mietevano più morti delle guerre. L'importanza di questo prodotto è sottolineata dal fatto che in questo secolo, come almeno nei tre successivi, il costo della vita era misurato sul prezzo del grano.

La popolazione cercava comunque di arrangiarsi: molti orticelli erano coltivati nella stessa città, in cui vivevano anche agricoltori, ortolani e piccoli commercianti ed artigiani che integravano la loro attività coltivando un pezzo di terra. Oltre all'orto domestico, diffuso era l'allevamento di polli, la pratica della caccia e della pesca.

Il grano, coltura fondamentale per tutto il Medioevo, e destinato essenzialmente alla panificazione, veniva conservato nelle fosse (che custodivano anche cereali minori e talvolta il formaggio). All'interno della casa un ruolo centrale era occupato dalla madra (madia) e dagli altri strumenti per fare o conservare il pane, fra cui: la stacia (setaccio), il tagliere, lo stigliaduro (matterello), per assotigliare la pasta. Il pane in città veniva portato a cuocere nel forno pubblico, ma in campagna molte case possedevano un forno proprio o in comproprietà. Oltre al grano comparivano altri cereali come l'orzo e il farro. La farina di cereale veniva usata anche per fare pappe, polente, torte, frittelle, in associazione con verdure, legumi, uova, ortaggi, carne.

Grande uso si faceva della fava, che veniva consumata fresca, seccata O ridotta a farina, e, fra gli altri legumi, c'erano i fagioli, i piselli, i lupini, i ceci. Le verdure più diffuse erano le cipolle, i porri, le scalogne, le zucche, i cetrioli, la lattuga, le bietole, ecc. Per quanto riguarda la carnene, scarso nel riminese era l'allevamentomento del bestiame grosso, su cui prevalevano gli ovini, i suini (della cui carne si faceva gran uso), i polli e i colombi. Dai boschi provenivano cervi, caprioli, cinghiali; si cacciavano storni, allodole, pernici, tordi, quaglie, merli, fringuelli e passeri. La grande abbondanza di acque permetteva la caccia alle anatre, e la pesca d'acqua dolce eguagliava quella di mare. Diffuso era il consumo dei formaggi. In abbondanza si consumava il vino e l'acquadiccio.

Infatti la prima coltivazione arborea del riminese era rappresentata dalla vite seguita dall' olivo, tanto che l''olio costituiva il principale condimento utilizzato. Diffuso era il consumo di castagne, mentre il miele veniva normalmente usato come dolcificante.